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martedì 31 marzo 2009

Per alzata di Nano


Foto di Primo Congresso Nazionale Il Popolo della Libertà
Non per cacciare il naso in affari altrui, ma al Congresso del Popolo della Libertà ho visto e sentito cose che mi andrebbe di capire. Anzi: di capire come mai quelli che dovrebbero capirci qualcosa, in realtà non capiscono. Capito?
Mi spiego meglio: non serve una poderosa esperienza politica, ma giusto un po' di sale in zucca, per rendersi conto di quanto leggere e frivole siano le proposte di Berlusconi. Leggere, frivole e per questo facili, superficiali, "spendibili" comodamente su un mercato politico che è sempre più arido. Si è trattato di partecipare ad un grande show. E mi domando come i "duri e puri" di AN, i giusti, gli acuti (ce ne dovrà pur essere un gruppetto, là dentro) abbiano fatto a parteciparvi. Ad ubbidire, ad applaudire a comando.
Punto primo: nei giorni che hanno preceduto il congresso, si è fatto un gran parlare dei rapporti di forza in seno al neonato partito. "Non sarà una monarchia", sosteneva Fini. "Sarà garantito il pluralismo", dicevano altri. Cose così. Beh, il solo fatto di sentir la necessità di sottolineare questi punti, non è già l'ammissione implicita di un dubbio che si fa sempre più strisciante?
Secondo: l'elezione del leader del partito. Il bolscevico, filosovietico, comunista e tanto vituperato Partito Democratico ha lavorato anni al suo progetto, i partiti che hanno aderito si sono sciolti con convinzione e tramite elezioni primarie è stato eletto un segretario. In questo caso l'ideatore di tutto l'ambaradan, voleva essere il vecchio e il nuovo insieme. Non c'era posto per altri. "Pazzo", veniva definito colui che avrebbe voluto candidarsi contro il Supremo.
Ma non basta. Non era sufficiente una semplice elezione per alzata di mano. Ci voleva l'acclamazione. Tanto si è discusso su questo punto che alla fine ne è venuto fuori un papocchio che non era né l'una né l'altra cosa (e questo video ne è la conferma).
Da ciò, ne deriva un terzo punto: se c'è una sola candidatura, a che serve votare per quell'unico candidato? Perché farsi prendere in giro in questo modo? Possibile che su seimila delegati aventi diritto di voto nessuno (oh, manco uno!) ha avuto il coraggio di dire: "ma vogliamo farci prendere per il culo fino a questo punto"? E invece niente, silenzio. Guarda caso, l'unico candidato-eletto-predestinato-scioglitore-fondatore-neoreggente aveva già il suo stacchetto musicale pronto. Come pronto era il discorso di un'oretta e passa.
Quarto: il discorso, per l'appunto. Vecchio, decrepito, stantio. In una società che evolve in manciate di secondi, Berlusconi ha ben pensato di parlare di comunismo, di una dittatura che solo lui percepisce, di libertà. "Da cosa", non è ancora dato saperlo.
Ecco, ci sono tutti gli ingredienti per cucinare la solita balla colossale: "costruendo" un nemico che non c'è, Silvio si arrocca nella sua cittadella (fintamente) assediata. Distribuendo una libertà sua, propria, di lui e non di altri: libero è colui che si adegua alle sue regole e ai suoi valori. Gli altri sono comunisti. Sandro Bondi, interrogato sull'argomento da Fabio Fazio, pareva voler confermare questa tesi.
Quindi, il punto cinque: quanta ignoranza c'è dietro discorsi di questo tipo? Se Berlusconi avesse un minimo voglia di leggersi qualche dato, di studiare un minimo di storia recente, scoprirebbe che qui da noi il comunismo non c'è mai stato. C'è stato il fascismo, ma è quello è stato un episodio quasi passabile. Il PCI è stato rappresentato da politici di una caratura morale ed etica che Berlusconi può solo sognare: basti citare Togliatti o Berlinguer. Dove la dottrina comunista ha attecchito di più, guarda un po', ha prodotto comuni, province, regioni in cui si lavora e si produce tantissimo. Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche: regioni rosse ma cuore propulsivo del paese. Non certo un covo di Soviet.
Punto sesto, e concludo: le solite, simpaticissime alzate d'ignegno di Berlusconi. Impossibile farne a meno. Guardate qui: sull'inno d'Italia, alle parole "siam pronti alla morte", Silvio fa "così così" con la manina. E ride.
Mi domando: imparerà mai il rispetto? Capirà mai che in certi casi, in certe situazioni, su certe cose non si scherza né si ride? La pianterà mai di fare il simpatico senza riuscirci affatto?
Ecco: AN e tutti gli altri si sono buttati fra le braccia di questo tizio. E con loro, tutto il resto del Paese, che se lo ritrova a capo di un Governo scriteriato e illiberale. Ognuno rifletta e tragga le proprie conclusioni.

venerdì 27 marzo 2009

Disoccupati

Foto di BigFreaky
"I disoccupati trovino qualcosa da fare": ho lasciato decantare per qualche giorno questa uscita di Berlusconi. Che di per sé è agghiacciante, sbrigativa, distaccata. Al confine con un disinteresse che fa paura.
Si tratta ad ogni modo di una sparata che non va semplicemente messa nel già ricco novero di boutades del Cavaliere. Né tantomeno va lasciata passare come se nulla fosse. Occorre al contrario analizzarla perché dentro ci si coglie un cambiamento, una mutazione nella comunicazione politica.
Sì, perché una dichiarazione del genere appare lontana anni luce dalle promesse della campagna elettorale, dalla "luna di miele" del governo in carica, da quella capacità quasi magica di risolvere ogni problema. E' al contrario sintomo di un'improvvisazione politica, ma soprattutto morale ed etica, spaventosamente profonda. "Prima abbiamo promesso, abbiamo detto e abbiamo fatto. Adesso tiriamo un po' a campare": questa, in sostanza, sembra la morale della favola.
Personalmente, non posso neppure riuscire ad immaginare che cosa si deve provare se, in una condizione di disoccupazione cronica, di perdita del lavoro, di cassaintegrazione, la risposta che si dà ai problemi dei lavoratori ed alla crisi è questa. "Trovatevi qualcosa da fare": facile, come uno spot. Ben più complicato, nei fatti.
Negli altri paesi si dialoga, i governi tendono l'orecchio. Obama apre un forum on-line per dare risposte ai lavoratori. Berlusconi dice, sostanzialmente, di non rompere i coglioni. Complimenti. Bel passo indietro, rispetto ai sorrisoni di un anno fa.

venerdì 21 novembre 2008

Se governa l'incoerenza


Foto di eddypedro
Giorni fa mi sono imbattuto in questo video. Un documento a suo modo rilevante. Perché mi ha fatto dimenticare per un attimo la stringete attualità (che pure meriterebbe più di un approfondimento), dandomi modo di osservare meglio il percorso di questi ultimi mesi e di capire dove siamo oggi, in che Italia viviamo.
Protagonista del video è un consigliere comunale della mia città, che giusto un anno fa, di questi tempi, si batteva per una causa nobile, volta a risvegliare il senso civico e l'interesse per la cosa pubblica. Un azione di una certa rilevanza sul piano umano, culturale e politico. Non c'è che dire.
Sotto lo slogan "Al voto subito", Forza Italia raccoglieva delle firme per mandare a casa il Governo Prodi.
Stop. Pausa. Vorrei che, in un interminabile attimo di riflessione, un brivido carico di sdegno corresse lungo la schiena di chi legge: ma dove siamo? E da quando in qua basta una raccolta di firme per far cadere un governo? Come si fa a far credere una cosa simile alla gente? Quanta ignoranza, presunzione, populismo ci sono in una mossa del genere? Ma la Costituzione non diceva per caso che una legislatura deve durare cinque anni?
Per "Al voto subito" sono state raccolte sette milioni di firme (o settanta milioni, o settecento milioni: le cifre non sono mai state chiare). L'occasione, come dimenticarlo, ringalluzì Berlusconi: forte del consenso popolare, dopo lunghi e travagliati dibattiti in seno al partito, studi, congressi e tavole rotonde, in cinque minuti (e dall'altro di un predellino) decise di sciogliere Forza Italia e di creare un partito nuovo.
Come nel più classico degli "effetti a valanga", ecco quali furono le parole di Fini, che evidentemente non stava al gioco. In diversi articoli del 21 novembre 2007, il Presidente di AN annunciava con parole avvelenate: "Il PdL è solo un colpo di teatro", "Berlusconi non è eterno", "la favola è finita, con me ha chiuso". E altre cose di questo tipo. Questo video ne è la testimonianza.
I bei tempi di piazza San Giovanni, del palco con su scritto "Contro il regime - Per la libertà" (quale regime? Libertà da cosa? Qualcuno lo ha mai spiegato?), dell'allegra mescolanza fra cattolici e ex-post-neo fascisti ("Duce! Duce!" ricordate?) erano finiti.
Poi però la storia recente ha preso un'altra strada, quella dell'incoerenza. Ed allora si è arrivati a tutt'altri orizzonti. Faccio un breve riassunto giusto per capire a quali bassezze ci siamo dovuti abituare.
Riannodando i fili che portano all'oggi scopriamo che la favola Fini-Berlusconi non è finita. Tutt'altro. Non solo il primo ha ceduto docilmente al secondo, ma ha dovuto cancellare dalle schede elettorali il simbolo del suo partito. Salito sul carro del vincitore, è stato pure ricompensato con la prestigiosa poltrona di Presidente della Camera. Figura che, in teoria, dovrebbe essere ricoperta da un uomo integerrimo e tutto d'un pezzo, visto che si tratta della terza carica dello Stato. E invece... eh, che volete farci: siamo in Italia, è andata così.
Non solo: se prima la protesta era legittima, meritevole di essere portata avanti con ogni mezzo (anche la menzogna più spudorata), ora sul Governo e sul Presidente del Consiglio non è concesso dire mezza parola. Già, perché l'ex Premier doveva esser sbattuto fuori da Palazzo Chigi in fretta. Ora quello nuovo dispone del lodo Alfano. Giustificazione? Ma ovvio: "è giusto che Berlusconi, forte dello straordinario consenso ottenuto alle elezioni, ora governi senza essere disturbato da altri pensieri". Signor Alfano, Signor Berlusconi: si ricordino lorsignori che avete semplicemente vinto le elezioni. Non avete preso il potere...
V-Day e V2-Day. Il Circo Massimo riempito dal PD il 25 ottobre. Le proteste pacifiche nelle università italiane. La cittadinanza che si risveglia e chiede di essere ascoltata? Macché: quattro gatti, i soliti comunisti, i soliti "somari" svogliati.
Tutte zecche fastidiose che non vogliono far lavorare il governo. Ma come? Ma se prima era lecito scendere in piazza? E la libertà? Eccola, la libertà. Negata, perché non è quella che vuole il Capo e i suoi "yes-man".
E' il caso di riflettere.
E' inutile continuare a pensare che vada tutto bene, a dire continuamente di sì al Re. E' il caso di iniziare a giudicare. E capire cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato ora che l'incoerenza è al governo.

P.S.: proprio oggi è stato deciso lo scioglimento ufficioso di Forza Italia. Roba breve, di dieci minuti al massimo. Come al solito. Cliccare qui per credere.

venerdì 7 novembre 2008

Dissonanze


Foto di Sebatico
L'elezione di Obama alla Casa Bianca continua a far riflettere e a dar modo di ricollegare ad essa una vasta mole di pensieri più ampi, di "link" che si intersecano, divergono, si ritrovano.
E' decisamente accattivante il teatrino che ha aperto i battenti in Italia già da prima del voto, in cui il nostro raffazzonato centro-destra si spertica in lodi nei confronti del neo-presidente, ne coglie gli aspetti più positivi, cavalca l'onda di questo entusiasmo strano (che loro, come dicevo giorni fa, non riescono a suscitare). Morale della favola: è una manovra abbastanza furba per salire sul carro del vincitore. Perché, sotto sotto, un po' "gli rode". Quindi, meglio giocare alla volpe che non può arrivare all'uva.
Non mi soffermo, poi, sulla battutaccia di Berlusconi ("giovane, bello e abbronzato"): inutile dargli contro, sapendo che è un "gaffeur" di professione. Meglio non esagerare e provare a dimenticare in fretta.
Mi ha stupito, in particolar modo, una voce fuori dal coro. Quella del senatore Gasparri: "l'elezione di Obama farà contenta Al-Qaeda". Mah. Motivo? Forse perché nero? O forse perché si chiama Obama? Obama fa rima con Osama, quindi agli occhi di Gasparri risulta ovvio il legame col terrorismo. E che dire, poi, riguardo il nome per intero del nuovo presidente americano: "Barack Hussein". Dev'esserci di mezzo anche qualche parente di Saddam: nella testa del nostro parlamentare, è suonato più di un campanello d'allarme...
Ampliando il discorso: mi domando come mai, in questo gioco di assonanze, dissonanze e rime baciate, nessuno abbia mai considerato il fatto che fascismo fa rima con comunismo. In questo caso la concezione è diversa: perché se "fascismo" è qualcosa di "passabile", "comunismo" è uguale a "bestemmia, male assoluto, cancro". Specie poi quando c'è di mezzo la violenza: teoricamente dovrebbe essere deprecabile sia in un caso che nell'altro. Macché: i giovani che continuano a prendere pacificamente le difese della scuola e dell'università sono rossi, comunisti, violenti. I fascisti che fanno irruzione negli studi Rai, no: su quelli si minimizza, si mette a tacere. "Ragazzate", nulla più. Anzi: si mette in giro qualche timida parola di supporto.
Penso a cosa sarebbe successo se i centri sociali avessero iniziato ad occupare gli studi di via Teluada o quelli di Cologno Monzese, mettendoli a soqquadro: i vari Bondi, Cicchitto e (come potrebbe mancare?) Gasparri avrebbero fatto una contro-occupazione. Di spazi televisivi, denunciando il fatto come aberrante.
Non c'è scampo: non si possono alterare certi equilibri, non si può dire che il fascismo fa schifo, né che il razzismo è deprecabile, né che in realtà (bisognerà pur metterglielo in testa) la Padania non esiste. No, bisogna tenere insieme tutto e tutti altrimenti il governo non sta in piedi.
Basta! E' ora di voltare pagina! Change!

giovedì 6 novembre 2008

Il suo presidente


Foto di New Hempshire Pubblic Radio
Altra lezione importante che ci proviene dagli Stati Uniti: Obama ha vinto, McCain ha perso. L'uno aveva tutte le mie simpatie, l'altro molte meno. Se il primo mi sembrava (e mi sembra) più credibile, nuovo, carico, l'altro lo consideravo (e continuo a considerarlo) vecchio, fiacco, inadatto a tempi come questi.
Se, dunque, la mia personalissima bilancia pesava tutta a favore di Barack, ho potuto comunque apprezzare nel suo sfidante una dote preziosa e rara in Italia: la lealtà.
McCain ha perso e lo ha fatto in modo rovinoso, ma ha avuto la franchezza e la coerenza di ammetterlo, addossandosi tutte le colpe. Non solo: nel suo primo discorso dopo aver tagliato il traguardo per secondo, si è rivolto ad Obama con parole nette e leali, per l'appunto. Lo ha chiamato "my president", "il mio presidente". Dovrebbe essere un atteggiamento normale, ma visto che di buon senso nel mio paese ce n'è poco, colgo quelle poche parole un significato stranamente pesante: c'è la fiducia anche al di là della sconfitta, apertura e disponibilità anche se su fronti avversi. Una mano tesa dopo una gara scorbutica, ostica, faticosa. Complimenti, davvero.
Da noi la normalità diventa rarissima: ecco perché quando Berlusconi perde le elezioni denuncia brogli, passa settimane a ricontare le schede, non rivolge mezza parola al rivale. Ecco perché quando "un comunista" viene eletto al Quirinale si sente soffocare, impaurito forse dall'arrivo di una nuova Armata Rossa. Ecco perché se qualcosa va male, è sempre stato qualcun'altro a causare il danno.
Come vorrei che questa idea di normalità fosse "normale" anche qui. Più che la democrazia, non era meglio se gli Stati Uniti avessero iniziato ad esportare franchezza e sincerità come quelle di McCain?

mercoledì 5 novembre 2008

Barack e i burattini...


Foto di Neal1960
Sì, forse questa volta potremo dire di aver cambiato pagina. Barack Obama: è lui il nuovo Mr. President. Uno che guarda al futuro, lo osserva con speranza, ricoprendolo di possibilità e non di paure. Non l'antidoto a tutti i mali, certo. Però la sua elezione ha scatenato un'ondata di gioia incontenibile, che ha superato gli oceani, che è stata vissuta da come un evento che riguardava tutti. Nessuno escluso.
Ecco, proprio su questo mi vorrei soffermare. Non tanto sull'importanza dell'evento in quanto tale. Mi ha impressionato, come dicevo, il carico di emozioni che ha accompagnato l'attesa dei primi risultati. Elettrizzante e commovente l'esplosione di felicità (ma non era felicità, era qualcosa di più, qualcosa che non riesco a dire), quel boato che ha percorso tutto il mondo quando si era iniziato a capire che ce l'aveva fatta.
Sono cose che noi, in questo lacerato paese, non abbiamo mai visto. Non in tempi moderni, né l'altroieri né mai. Sì, perché qui da noi ha vinto per tre volte uno che ha raccolto voti (e a milioni, per di più) fra i disinteressati, i miopi, gli impauriti. Fra i politicamente periferici: gente che non crede in un progetto più ampio. Si mobilita in vista delle elezioni e poi addio.
Ecco perché da noi non ci sono state feste, cortei, canti di giubilo, caroselli quando ha vinto: perché, pur essendo soddisfatti, la cosa non ha toccato gli elettori più di tanto.
In America, invece, la mobilitazione è stata grande, grandissima. C'è stata felicità perché aveva vinto un progetto, un sogno, uno sguardo rivolto al domani. E chi ha votato ci ha creduto davvero.
Avete presente quando abbiamo vinto i mondiali? Ecco: la stessa cosa è accaduto questa notte, ma molto più in grande, nella lunga notte americana. Dove al mattino, dicevo all'inizio, ci si è svegliati con la consapevolezza di aver voltato pagina. Arriverà mai anche da noi un mattino così bello?

martedì 7 ottobre 2008

Idee diverse


Foto da http://www.free-os.it
Si sono accavallati nella mia testa, in questi ultimi giorni, un numero spropositato di piccoli pensieri e ragionamenti. Buon segno, direi. Spero di riuscire a metterli in fila.
Inizio con una domanda, nata dopo aver incrociato quasi per caso una famosissima citazione di Voltaire che recita più o meno così: "non condivido le tue idee, ma lotterò fino alla morte perché tu possa esprimerle". Belle parole, non c'è dubbio. Dovrebbero essere l'architrave di ogni corretta e leale forma di democrazia, di ogni stato che possa dirsi "libero". Il pensiero liberale (addirittura!) ne ha fatto un motto imprescindibile.
Bene. La domanda dunque è: il nostro Presidente del Consiglio sarebbe disposto a dire altrettanto? A credere in questa massima? Lui, proprio lui che si dice democratico, amante della libertà, uomo del popolo?
Tante sono le domande che in questo blog ho posto ed ho lasciato cadere nel vuoto. Ma in questo caso direi che la risposta è pressoché scontata.
In questi anni, dopo la "discesa in campo", Berlusconi ha detto, ridetto, stravolto, deciso, riso, scherzato. Ha messo in scena diverse parti: l'autoritario, il guascone, il cantante, il decisionista, il risolutore. Ne ha fatte di cotte e di crude.
A una cosa è stato molto attento: ad allontanare gli avversari, zittendoli. Gli oppositori sono solo uno scomodo intralcio: meglio non rispondere, minimizzare, alzare la voce per coprirli.
Prova ne siano le sue televisioni, i suoi giornali e tg: fedeli al Capo sino alla morte. Strenui difensori della sua libertà, non quella di tutti. Sordi a chi la pensa diversamente. Si tratta di forme moderne di servilismo e cortigianeria (che vanno dal granitico Emilio Fede alla più recente Vezzali, cliccare qui per credere), pericolose perché amplificate dalla tv, che in altri paesi non esistono. Ma noi, si sa, in certi campi vogliamo essere i primi, e i migliori.

lunedì 12 maggio 2008

La ragion di Stato e la verità


Foto di gaiaccia
Impossibile restare impassibili di fronte a quanto è successo sabato a "Che tempo che fa". Piccoli fatti che, al solito, scatenano ragionamenti più ampi. Provo a fare un po' d'ordine.
Marco Travaglio sabato era ospite alla trasmissione di Fabio Fazio (cliccare qui per i video: parte 1, parte 2, parte 3). Nel corso dell'intervista, il bravo e preciso giornalista ha tirato in ballo il neo-presidente del Senato Schifani. Semplice racconto dei fatti, diranno alcuni. Accuse gravissime, diranno altri. Solito polverone fatto di chiacchiericci, accuse, querele, pubbliche scuse nel quale è difficile distinguere la ragione e il torto. Basta guardare un po' più a fondo, però, per capire che per l'ennesima volta ci troviamo di fronte ad un'informazione distorta, ad un sistema politico impreparato, alla solita, inutile lotta per far prevalere una ragione sull'altra. Occorre fare dei distinguo.
Lo scontro, alla fin fine, è fra la ragion di Stato, con le sue istituzioni e uomini chiave, e la verità. Non assoluta, certo. Ma che si attiene ai fatti, veri, reali. Un giornalista questo deve fare, è il suo lavoro. Certo, non deve scadere nella diffamazione. Ma è giusto che si informi e faccia informazione.
La controparte, dal canto suo, non deve ritenersi intoccabile. Si apra, spieghi, dialoghi. Irrigidirsi è sempre un brutto segno: è come ammettere la propria colpa, chi è tranquillo non lo farebbe. Parlare di "attacchi" pure: significa vedere contrapposizioni inesistenti.
Tutto il caso, poi, è ingigantito perché di mezzo c'è la televisione. Anzi, essa è la causa ed il megafono, l'amplificatore di tutta la questione. Ciò che dice Travaglio non può avere un peso specifico solo in tv. Perché in pochi ce l'hanno coi suoi articoli, coi suoi libri, con le sue conferenze? Perché essa è considerata un'arma potente. Che deve riprodurre un certo sistema morale, normativo, politico (lo Stato), non andargli contro. Discorso estremamente razionale, per carità. Ma, anche se scomoda, la verità dev'esser divulgata. Saranno poi i destinatari a decidere a chi dar credito.
Non mi è piaciuto troppo neppure l'atteggiamento del PD. Certo non doveva rincarare la dose, ma quantomeno smarcarsi da queste logiche di contrapposizione tra la ragion di Stato e la verità. "Non c'era contraddittorio", dice la Finocchiaro. Ma se la verità è tale, se è detta da uno di cui ci si può fidare (e di Travaglio ci si può fidare) allora non ha bisogno di un contraltare. Basta a se stessa. E avanza.
Insomma: tutte le posizioni possono essere plausibili. Certo, c'è bisogno di onestà a monte. E di trasparenza, poi. Troppo pochi, però, quelli che la cercano davvero.

giovedì 8 maggio 2008

L'uomo verde


Foto di BHowdy
Non che mi aspettassi chissà che da Berlusconi. Ormai ho capito com'è fatto. Però uno spiraglio di speranza voglio tenerlo aperto, quantomeno per sognare un domani in cui il Cavaliere tragga spunto dagli errori del passato e si sappia correggere. Più fesso io che questa possibilità gliela concedo. Perché puntualmente ci ricasca.
Tronfio di gioia per aver creato un governo in 25 giorni, Silvio ha presentato la lista dei ministri: alcuni nuovi, altri già noti. Fra questi, c'era da aspettarselo, figura anche Roberto Calderoli. Notizia positiva: almeno non è vice-premier. Notizia negativa: gli hanno ritagliato su misura un ministero (senza portafoglio) nuovo di zecca. Sarà infatti ministro per la semplificazione. Ministro per la semplificazione?!? Lui?!? Sì, ministro per al semplificazione, embè?
Gelo. Ricordiamoci che Calderoli è quello del "Porcellum", della legge elettorale da lui stesso ribattezzata come "legge-porcata"; è quello che, nella passata legislatura, sedendo (oggi come allora) in parlamento come ministro, si presentò al Tg1 con la famosa t-shirt offensiva nei confronti dell'Islam; è quello che, dal suo bagaglio lessicale, attinge spesso strani vocaboli come "ricchioni", "culattoni", "froci", "negri", "barboni" e via dicendo. Come se nulla fosse.
Dunque, tanto per ricapitolare. Primo: ha creato una legge elettorale cervellotica, impossibile, da labirintite. Un unico obiettivo (raggiunto, a vedere i fatti): far vincere la sinistra senza darle modo di governare davvero. Per dirla con altri termini: far piombare il nostro paese (l'Italia, non la Padania) nel caos. Secondo: in tv non vengono dette tante cose più importanti, si oscurano volutamente notizie, fatti, satira persino. E a questo signore, solo perché ministro, gli si permette di andare alle otto e mezzo di sera davanti a milioni di italiani a prendersi beffe della religione islamica? Vergogna! Terzo: al posto di girare tanto attorno ai termini, basterebbe innanzi tutto parlare di "persone". Di esseri umani. Punto. Buoni o cattivi, belli o brutti: questo siamo. Le definizioni taglienti servono a poco, il più delle volte.
Che dire: questo essere è un maestro della semplificazione. L'uomo giusto al posto giusto. Ha fatto più casini lui che un elefante in un negozio di cristalli.
Che pena. Davvero non cambieremo mai.

venerdì 25 aprile 2008

Uso pubblico della libertà


Foto di BARUDA
Non di rado si sente parlare di uso pubblico della storia. Formula utilizzata da sociologi, politologi ma soprattutto storici per indicare quel processo in cui la storia viene sradicata dal suo contesto naturale, presa e spesso manipolata al fine di sostenere tesi, consolidare istituzioni e via dicendo.
Processo non infrequente specie se ci si trova a commentare il senso di una giornata come quella di oggi: 25 aprile 1945, Milano e Torino sono libere dal nazifascismo, l'Italia inizia a progettare il suo futuro. Una data che è storia, simbolo, fondamento del nostro stare insieme. Ogni storpiatura, ogni tentativo di appiccicarle addosso significati differenti è destinato a fallire: il contesto era diverso, ogni parallelismo col presente diventa impossibile.
Anche se non c'è nulla di sacro nella storia di una nazione democratica come (almeno così si dice) dovrebbe essere la nostra, distorcere il significato di questa festa ha comunque un che di sacrilego: per alcuni, riconoscere che il nostro paese ha un certo passato, che si basa su certi valori, che vive grazie al sacrificio di altri potrebbe essere un boccone assai indigesto. Eppure la storia ha deciso questo. Un atto di schifosa viltà farne un discorso di parte, oggi.
Già, perché la nostra classe dirigente si riempe la bocca con sproloqui sulla libertà. Poco dopo chiede che i libri di storia vengano revisionati per togliere l'enfasi di cui sono rivestite le pagine sulla resistenza.
Questi dovrebbero prima sapere che cosa sia, questa libertà. Come la si conquista, quando inizia a mancare. Che tipo di libertà vogliono: in quali ambiti, da chi, da cosa, per chi, con quali mezzi, con quali scopi?
"Libertà" è una parola potente. Troppo, forse. Sicuramente difficile da definire, tale è l'immensità del suo significato. Ho imparato a diffidare da chi la usa troppo spesso, soffiandola sugli altri come fumo negli occhi. Posso solo immaginare che vita infernale sarebbe, se ci venisse tolta sul serio. Non si preoccupino, questi signori: di libertà ne godono sin troppa.
Buon 25 aprile a tutti. Di cuore.

mercoledì 23 aprile 2008

Nubi sul Quirinale


Foto di Luigi Rosa
Sicuramente in questi giorni all'interno del dibattito politico si sta parlando di tutt'altre questioni. Io invece sono inciampato quasi per caso su un dettaglio che forse è bene ampliare, perché anche altri se ne accorgano.
Nel fare l'analisi delle elezioni della settimana scorsa e dei prossimi cinque anni di questo governo, in più di un'occasione ho letto cose del tipo "quello del 2008 è un Berlusconi più stanco, incapace di vendere miracoli come un tempo" oppure "ha già sistemato quel che doveva sistemare" o ancora "è evidente che si sta preparando ad entrare nella storia del Paese come Presidente della Repubblica".
Un'impressione che in tanti hanno. Concreta. Neppure poi tanto campata in aria. Eppure, a mio avviso, meritevole di essere guardata un po' più da vicino. Credo che un'ipotesi politica come questa non debba esser bisbigliata a bassa voce né esser presa per buona a priori.
Il Cavaliere ha gestito per anni il dibattito politico, ne ha scandito i tempi, ha imposto modi di pensare e parlare tutti suoi. In molti, indipendentemente dal colore politico, si sono come assuefatti a tali dinamiche. Ecco perché un'idea come quella di raggiungere l'Olimpo del Quirinale appare "normale", scontata, fattibile.
Lo dicevo qualche post fa: non mi voglio abituare a questi modi di fare, a questa politica raffazzonata dove tutto sembra possibile. Dove tutto diventa possibile.
Non per cattiveria nei suoi confronti. Non perché qualcosa o qualcuno glielo possa impedire. Non per semplicistiche contrapposizioni di parte. Berlusconi non può diventare il Presidente della Repubblica, a mio avviso, per una mera questione di buon senso. Dono prezioso, in questo paese, ma qualche rimasuglio qua e là ce n'è.
Il Cavaliere è uomo di parte. Troppo inserito in uno scontro politico, etico, sociale e mediatico dal quale è difficile staccarlo. Una figura che è difficile immaginare come garante dell'unità nazionale. Eccessivamente pieno di vanagloria e per questo inadatto a ricoprire certi ruoli.
Saremmo alla dittatura. Una dolce, carezzevole, televisiva dittatura. Si aprirebbero scenari poco edificanti, da quarto, quinto mondo.
Di tempo per verificare se questa idea si tradurrà in realtà ce n'è a iosa. Ed è solo col tempo che potremo verificare se l'assuefazione ad essa avrà piegato tutto e tutti o se c'è, se ci sarà qualcuno ancora capace di opporvisi.
Spero di sì. Altrimenti sul Quirinale vedo nubi minacciose.

mercoledì 16 aprile 2008

Grazie


Foto di PDnetwork
L'ho più volte detto a me stesso e su questo blog: uno stesso evento può scatenare reazioni differenti. Il bello sta nel saperle esplorare e lasciarle sempre aperte. Questo spazio l'ho voluto proprio per poter far tutto questo.
Ed è proprio con questa volontà che torno ad affrontare il tema delle elezioni. Lasciando da parte la delusione per un risultato che non avrei voluto e andando a ripescare ciò che di buono ho visto e sentito in questi mesi di campagna elettorale.

A discapito di tutti quelli che parlano di cannibalizzazione del voto, di un PD che ha riesumato e portato alla vittoria Berlusconi, di una sinistra radicale scomparsa per mano di Veltroni dico innanzi tutto che al voto ci si arriva con determinati strumenti, certe persone, certi partiti. Sta all'elettore, agli elettori scegliere come usarli e quali usare. Non ci sono né colpe né meriti sotto questo profilo.
Peccato. Veltroni poteva essere un ottimo Presidente del Consiglio. Anche se è andata male, vorrei rivolgergli un mio personalissimo ringraziamento.
Come ho già detto in passato, la mia attenzione e le mie speranze erano riposte su Walter perché ha saputo riportare in campagna elettorale temi scomparsi da troppo tempo: ha parlato di legalità, di morale, di bene comune, di felicità, di serenità, di viaggio, di rischi, di opportunità. Ha volutamente messo al centro la volontà di non adeguarsi a certe parole, a certi modi di fare, al malcostume sociale ed etico, ancor prima che politico.
La sua è stata una campagna elettorale intensa, ricca, interessante. Una sfida così grande nessuno l'aveva mai accettata. Mai si era visto un giro d'Italia così bello in soli due mesi. Per me è stato un vero piacere seguirlo, specie quando ha fatto tappa nella mia città.
Il ritorno nelle strade, nelle piazze, tra la gente della politica, quella vera. Non strombazzata in televisione. Ogni città un bagno di folla, ogni piazza un discorso serio, ampio, vivo. Splendidi, davvero splendidi quelli a Napoli, Bologna, Milano e soprattutto Roma.
Certo, se dico certe cose è perché mi sono lasciato trascinare da quelle parole, l'onda dell'emotività è difficile da arginare. So anche che, di questi tempi, fidarsi troppo di un politico può essere rischioso. Beh, credo che come contraltare alle parole, volatili per loro stessa definizione, ci fosse una base solida fatta di progetti, programmi chiari, coerenza, voglia di cambiare pagina.
Peccato che tutto questo non si sia tradotto in voti. Pazienza. Ora però non c'è tempo per avvilirsi o leccare le ferite. Subito al lavoro, perché un Italia moderna, anche se non oggi, si può fare!

martedì 15 aprile 2008

Ancora?


Foto di Enrico Maioli
Gli ultimi giorni di campagna elettorale li ho vissuti intensamente, tra gioia e tante speranze. Un po' per appuntare le mie impressioni ed un po' per andare incontro ai cosiddetti "indecisi", avevo deciso di buttar giù qualche riga: un breve riassunto della situazione sociale e politica del nostro paese, un modo per capire da dove arriviamo e dove saremmo potuti andare dopo le elezioni.
Poi, però, ho aspettato, ho lasciato che le cose andassero con la corrente ed alla fine non ho fatto leggere a nessuno ciò che avevo scritto. Lo faccio ora. L'idea, inizialmente, era quella di descrivere quanto profondo sarebbe potuto essere il pozzo in cui ci saremmo cacciati se avesse vinto la destra. Ora, drammaticamente, è diventato il racconto di un film già visto e che saremo costretti a rivedere. Perché la destra, questa destra, di nuovo con Silvio Berlusconi tornerà a governare l'Italia.
Il mio voto è andato con grande fiducia al PD e a Walter Veltroni. E' stato un voto "per" qualcuno, innanzi tutto. Ma se è vero che i "per" sono molto più difficili da condividere, il mio tentativo era, per lo meno, di far capire agli altri tutti i "contro" che mi stavano a cuore e che si concentravano in quel segno sulla scheda.
Ecco, allora, i miei "contro", dinnanzi ai quali bisogna essere ancora capaci di indignarsi, fatti e fatterelli cui non ci si deve, non ci si può abituare.
Sono contro chi definisce eroe un mafioso, pluriomicida e condannato per mafia. Ma dico, questo signore si rende conto di cosa dice? Sono contro chi dice queste cose per accaparrarsi voti macchiati dalla mafia. Sono contro chi definisce l'antimafia un "marchio" dietro il quale molti si nascondono.
Sono contro chi calpesta le massime autorità dello Stato, arrivando a chiedere le dimissioni del Presidente della Repubblica. Sono contro chi da del coglione a chi non la pensa come lui. Sono contro a chi ha nelle proprie liste delle persone con problemi con la legge (lui in primis). Sono contro a chi ha nella propria coalizione secessionisti, nordisti, sudisti, ex-post-neo-fascisti. Basta! Certi capitoli si devono chiudere! Sono contro chi definisce "una battuta" il voler "imbracciare i fucili".
Sono contro chi gioca a Monopoli con l'Alitalia, per ottenere un pugno di voti in più. Sono contro chi vuol governare il paese senza riconoscere l'importanza del 25 aprile, delle forze anche comuniste (sì, che male c'è?) che hanno rimesso in piedi questo paese, della Costituzione, del tricolore, dell'inno. Sono contro chi non è disposto ad assicurare lealtà alla Repubblica. Sono contro chi è contro Totti (e anche chi è contro Zoff).
Sono contro chi dice che "se lo Stato chiede troppo, allora è giusto cercare altre vie". Sono contro chi parla di famiglia, poi di famiglie ne ha due e nel tempo libero si trastulla con quelle del Grande Fratello. Sono contro chi dice che i magistrati sono tutti rossi, che agiscono solo su base politica, che dovrebbero fare periodicamente il test di sanità mentale. Ma che idea di legalità offre alla gente? Perché si può permettere di calpestarla bellamente? Che caspita di guida sei se parli così? Di chi ci si deve fidare se getti fango in questo modo?
Sono contro chi da del "kapò" a un socialista, con Fini (Fini!) che in quel momento avrebbe voluto sprofondare o essere da un'altra parte. Sono contro chi non ragiona, non sente, non s'informa, non costruisce insieme, magari ci volessero anni, ma preferisce montare e rismontare un partito dall'alto di un predellino. Sono contro chi riduce idee al comunismo ad una macchietta, fa di tutto per distruggerlo, e poi lo usa continuamente come leva per suscitare un po' di paura. Ma allora che cavolo hai parlato a fare per tutti questi anni? Hai combattuto contro i mulini a vento.
Sono contro chi parla di libertà, a chi prima ci costruisce attorno una "casa" e poi lo allarga ad un "popolo" anche se non s'è mai capito "libertà da cosa". Sono contro a chi fa politica con 3 televisioni+digitale terreste+giornali+case editrici (+aziende+banche+varie ed eventuali) che gli coprono le spalle. Sono contro chi straccia i programmi degli altri. Sono contro chi denuncia brogli solo quando perde. Sono contro chi cambia le regole del gioco solo per rendere la partita più confusionaria, così almeno, se proprio non ha avuto ragione lui, non l'avranno nemmeno gli altri.
Sono contro a chi non ha senso dello Stato, chi pensa di poter calpestare tutto e tutti riducendo ogni cosa ad uno scontro fra due parti, chi non si propone di guidare il paese con serietà: guidare, non solo governare. Distribuendo, quindi, non solo leggi ma riportando un po' di etica, di morale, di legalità.
Io spero sempre nella buona fede e nelle capacità positive che sono dentro ogni uomo e ogni donna. Mi auguro, per questo, che dentro il Sig. Berlusconi ci sia anche dell'altro, qualcosa di più positivo. Ci credo poco, ma ci spero.
Ad ogni modo, per sommi capi è in questo mare in tempesta che l'Italia, ancora, per la terza volta, si è gettata. Speriamo di uscirne sani e salvi.

giovedì 10 aprile 2008

Chi è la vittima e chi il carnefice


Foto di contatto diretto
L'idea originaria di questo blog era quella di poter considerare alcuni temi con un certo distacco. Un'idea ancora valida, per carità. Però mi rendo sempre più conto di come l'attualità, se conosciuta almeno un poco, travolga tutto e tutti. Ti impone di riflettere.
L'attualità cui faccio riferimento è ovviamente quella di stampo politico. Lo ripeto, avrei voluto pensare e parlare d'altro. Ma proprio non ce la faccio a rimanere zitto di fronte a certe bestialità.
Ho ripensato a quanto successo ieri. A ciò che hanno affermato Dell'Utri prima e Berlusconi poi. Mangano è un eroe. Vittorio Mangano. Un eroe. E' uno scherzo, vero? No, purtroppo no: questi signori non scherzano. Fanno sul serio. E a me viene quasi da piangere.
Vittorio Mangano è un criminale. Punto. Pluriomicida, mafioso e condannato a suo tempo all'ergastolo. Ci sarebbe molto altro: per un suo curriculum vitae più dettagliato, basta fare clic qui.
Vittorio Mangano non è un eroe. Non si diventa eroi solo perché non si getta fango sui Dell'Utri e sui Berlusconi. Eroe è chi serve lo Stato, chi ha combattuto la mafia, chi ha dichiarato guerra a quella morale distorta. Chi è morto per tutto questo. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, tutti i morti ammazzati per mano della mafia sono eroi.
Ecco chi si vuol candidare alla Presidenza del Consiglio: uno che confonde vittime e carnefici, gli eroi con le bestie, il bene comune coi propri interessi. Doloroso scrivere queste righe, perché mi sembra di vivere in un fatato regno dell'assurdo, dove tutto è ammesso, tutto è possibile, tutto si può mistificare.
Con dichiarazioni di questo tipo, se solo fossero nati in un altro paese, il signori Dell'Utri e Berlusconi sarebbero stati presi per le orecchie e cacciati fuori dalla vita politica a calci nel culo.
Da noi, invece, bestialità di questo tipo servono solo ad ottenere i voti dei mafiosi.
Ma che schifo. Vergogna!

mercoledì 9 aprile 2008

Piccole differenze


Foto di PDnetwork
Tanti ragionamenti e idee si sono accavallati in questi giorni fra i miei pensieri. Gran parte di questi in merito alla campagna elettorale ormai agli sgoccioli ed altri di varia natura. Difficile scegliere. Mi ero riproposto di accantonare, almeno per un poco, la politica. Almeno di questo ero certo.
E invece ho deciso di tornare a parlarne perché in questi ultimi giorni ne sono successe di cotte e di crude. Gli attacchi un po' sbracati e ricchi di gaffes da sono giunti copiosi come non mai. Da destra, ovviamente. Tentando di ragionarci su, cercavo le parole per descriverli, per stigmatizzarli, per osservarli a fondo anche in previsione futura: con queste premesse, come può tornare al governo questa coalizione così cialtrona, facilona, raffazzonata? Come descrivere le non poche differenze che intercorrono fra una parte e l'altra? Come metterle in evidenza?
Su Repubblica oggi è uscito un articolo molto interessante, serio, preciso. Me ne servirò per tentare di rispondere a queste domande. Da solo difficilmente ci sarei riuscito. Lo ha scritto Sebastiano Messina, s'intitola 'La pancia della destra':
Non è niente male, "Veltrusconi", come slogan propagandistico. Rende benissimo l'idea di due che fingono di litigare ma, sotto sotto, sono d'accordo. Anzi, "già fanno le stesse cose", ci spiega il serafico Boselli. "Come i ladri di Pisa" sussurra giudizioso Casini. Eppure "Veltrusconi" è la più gigantesca bufala di questa arruffata caccia al voto. Per capirlo, basta fermarsi un momento ad ascoltare quello che succede in un giorno di campagna elettorale. Prendiamo ieri.
L'ultimo martedì prima del voto si è aperto con un amletico dubbio sul futuro politico di Umberto Bossi: sarà di nuovo ministro, se vince il centro-destra? Tornerà davvero al governo, giurando fedeltà a una Repubblica che disprezza, uno che ancora lancia minacce "ai romani" con la burbanza di Brenno ed è capace di dire che se non si fa subito come dice lui "potremmo imbracciare i fucili"? Un imbarazzato Berlusconi svicolava, spiegando che Umberto, lo sanno tutti, non sta poi benissimo, e poi in fondo non gli ha chiesto nessuna poltrona, ma ci voleva il leghista Borghezio a mettere le cose in chiaro: se Bossi non fa il ministro, avvertiva "allora tanto vale riprendere la lotta dura e pura", ovvero "la secessione, l'unica via rapida e giusta per ottenere la libertà".
E mentre noi ci domandavamo se fosse quella evocata da Borghezio la "libertà" che Berlusconi ha voluto nelle sue insegne, ecco che si apriva un nuovo e non meno sconcertante fronte. Il senatore Marcello Dell'Utri, che è la vera eminenza grigia della corte berlusconiana, pensa che sia arrivato il momento di aprire un discorso sulla Resistenza. Che lui scrive rigorosamente senza la maiuscola, perchè la trova enfatica e pomposa. "Se dovessimo vincere le elezioni - ha promesso l'uomo che costruì Forza Italia in un mese - saranno revisionati i libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza". Magari potrebbero pensarci il senatore Ciarrapico e l'onorevole Mussolini, chissà.
Già che c'era, il senatore [...] ha pensato bene di togliere un po' di retorica anche all'antimafia, paragonandola a una "sorta di brand", un marchio pubblicitario. E rivalutando il suo vecchio amico Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore che venne sì condannato in primo grado all'ergastolo per mafia, però non volle mai accusare lui e Berlusconi, e dunque "è un eroe". [...]
Poteva bastare. Ma Berlusconi, da Savona, ha voluto metterci il carico da undici. Contro quelli che lui considera il pericolo pubblico numero uno: i magistrati. "Il pubblico accusatore deve essere sottoposto periodicamente a esami che ne attestino la sanità mentale". [...]
Dalla sponda opposta [...] non sono arrivate parole di fuoco. Sono partite, semplicemente, una telefonata e una lettera. Una telefonata di solidarietà al pm di Catanzaro Pier Paolo Bruni [...]. E una lettera per il suo avversario.
Veltroni invitava Berlusconi a dare "formalmente e in modo vincolante" una "garanzia di lealtà repubblicana" per tutta la sua coalizione: difesa dell'unità nazionale, rifiuto di ogni forma di violenza, fedeltà ai valori della Costituzione, rispetto per il tricolore e l'inno di Mameli. [...]
Quello che alla stragrande maggioranza degli italiani sarebbe sembrato un impegno scontato è stato immediatamente evitato da Berlusconi come se fosse una trappola comunista. Invito "irricevibile". E perché? Perché Veltroni - ha spiegato il leader del Pdl rigirando la frittata - "non ha alcun titolo per dare patenti di lealtà repubblicana".
E i fucili minacciati da Bossi? E la secessione promessa da Borghezio? E l'antifascismo che Dell'Utri vuole ridimensionare, riscrivendo la storia come se fosse una fiction di Canale 5? Ma via, Veltroni non stia a spaccare il capello. Gli italiani conoscono Berlusconi, hanno già capito che, se lui vince, stavolta si fa a modo suo. Altro che "Veltrusconi".
Un bell'articolo, forse troppo lungo per i canoni di un blog ma da leggere per intero. Per capire. Per descrivere le premesse di questa tornata elettorale. Un domani, nel bene e nel male, ne vedremo le conseguenze.

mercoledì 2 aprile 2008

Memoria corta


Foto di corriere.it
Io non sono "del settore", ma mi pare di capire che in politica, ed in particolar modo in campagna elettorale, conta solo il "qui e adesso". Programmi, discorsi, proclami, dichiarazioni: il tutto viene preso, triturato nel frullatore mediatico e servito al cittadino-telespettatore-elettore. Per tutto ciò che è stato, non c'è tempo. Non importa più. Le conferenze stampa si rincorrono, le parole diventano quantomai volatili, un lancio d'agenzia "invecchia" nel giro di cinque minuti. Figuriamoci se c'è spazio per ricordare il percorso che ci ha portati sin qui.
Questa memoria corta è patologica e non credo che ci faccia bene. Anzi, ci fa malissimo. Soprattutto perché è un ottimo modo per solleticare l'interesse degli indecisi e dei "politicamente periferici", che sono tanti, troppi. Si rischia di ridurre la politica ad un puro esercizio linguistico, di affabulazione, di vendita all'ingrosso di aria fritta. Dolce, carezzevole magari. Ma sempre aria fritta.
In questo campo, Silvio Berlusconi è un vero e proprio fenomeno. E sottolineo, Silvio Berlusconi: solo lui (altri così non ne conosco). Non l'intero centro-destra. Schieramento che personalmente vedo come avversario, ma anche come interlocutore col quale dialogare apertamente per tentare di cambiare il paese. Credo che si rivelerà tale solo nel giorno in cui Berlusconi deciderà di chiudere il sipario sulla sua esperienza politica. Poi, si vedrà. E credo che le cose potranno andare meglio.
Trovo che il Cavaliere sia un cialtrone, un fine, intelligente, astuto cialtrone che sa acquistare stima, fama e credito personale con monete assai rare: l'emotività, il populismo, la faciloneria, il timore per nemici che solo lui vede e via dicendo.
Su questo mercato, è chiaro che ricordare tanti fatti e fatterelli del passato può esser scomodo. Poco efficace. Si guarda indietro solo per aizzare le folle contro Prodi. Anche se non si capisce il perché: dopo avergli fatto la guerra sin dalla chiusura delle urne, anziché essere contento per la caduta del Professore, continua ad evocarlo come il peggiore degli spauracchi. Mah. Comunque: se lui non ha voglia di dare una sfogliata all'album dei ricordi, cerco di farlo io. Il repertorio è vasto: dal discorso a reti unificate al contratto firmato a "Porta a Porta", dalle figuracce europee agli ultimi attacchi al Presidente della Repubblica. Dai partiti sciolti e ricreati dall'alto del predellino di un'automobile allo stracciare programmi altrui. Dalla rottura con Fini, Bossi e Casini alla ricostituzione del Popolo delle libertà, fra baci, abbracci, pacche sulle spalle e volemosebbene. Molta emotività, molto populismo, molta faciloneria. Purtroppo. Molte contraddizioni, inoltre: cliccando sui link sarà facile riconoscerle. Di fatti concreti, ahimè, nemmeno l'ombra.
Memoria corta. Meglio dare una rinfrescata. Perché le elezioni si avvicinano.

giovedì 27 marzo 2008

Elezioni / 2


Foto di PDnetwork
Seconda parte del tema "le elezioni". Svolgimento: se ieri il post era piuttosto lungo e carico di delusioni, oggi vorrei provare a cambiare pagina. A dare un respiro nuovo al ragionamento.
Basta fare un raffronto tra le due immagini, quella di ieri e quella odierna, per capire che i toni saranno altri: prima la politica vecchia, arrugginita, farraginosa, sfiancante, appiccicosa ed ora una nuova idea di vivacità, di positività e propositività.
Sento di condividere il progetto, i toni, le tematiche del PD. Così come stimo Walter Veltroni, candidato premier per il centro-sinistra.
Non è certo sostenendo un partito o un leader politico che si può pensare di risolvere tutti i problemi, però credo di ritrovarmi in quest'idea nuova di fare e vivere la politica. Con serietà. Con l'intento di essere innanzi tutto una buona guida, soprattutto sotto il profilo morale. E a tempo stesso di ricavare dal basso le istanze per migliorare il nostro paese.
Lo dicevo già diversi post fa: senza un'etica nuova, questo paese non va da nessuna parte. La politica, da par suo e allo stesso modo, senza gli uomini e le donne che fanno vivere questo malandato paese, non va da nessuna parte. Non c'è scampo: un buon paese non è tale se non è guidato da una buona politica e viceversa.
Chiaramente, essendo in fase pre-elettorale, le parole, le idee, le aspettative sul futuro si sprecano. Tutto resta superficiale ed attende la conferma che, un domani, apporteranno i fatti. Però intanto posso dire di trovarmi in sintonia con questo progetto: qualcosa di cui credo di cogliere il senso. Che mi piace, insomma. Che mi da modo di sperare in un futuro in cui, probabilmente, di problemi ne permarranno parecchi. Però intanto ci saremo liberati della politica assurda e svilente che abbiamo visto sin ora. Dubito che, dall'altra parte, gli esponenti del centro-destra possano dire le stesse cose: il capo è sempre quello, le piazzate da peracottaro sono sempre quelle, il ventaglio di promesse populiste idem. Cambia, forse, i repertorio dei colpi bassi da sferrare all'avversario.
Il momento è difficile, lo so. La legge elettorale è pessima, lo so. C'è tanto, fuori e dentro dal Parlamento, che deve cambiare. Lo so. Però almeno lasciatemi la possibilità di costruire speranze su basi un po' più solide. Tanta è la voglia di poter far qualcosa per migliorare, che ho deciso, per quel che può valere il mio apporto, di partecipare alle riunioni del circolo del PD del mio quartiere. Non avevo mai partecipato attivamente a niente. Niente che fosse al di fuori della parrocchia. Penso sia un buon segno, no?
Anche in questo caso, lascio al tempo il compito di decidere se queste speranze erano ben riposte, come spero, oppure no.

mercoledì 26 marzo 2008

Elezioni / 1


Foto di gaetans
Sono bastati pochi giorni, e in Italia molte cose sono cambiate. Avrei dovuto e potuto raccontarle in presa diretta. Ma non l'ho fatto. Tenterò ora di recuperare...
Fra tutte, ovviamente, è impossibile non citare le elezioni indette per il 13 e 14 aprile. Com'è logico che sia, un avvenimento come questo rappresenta uno snodo importante nella vita politica e sociale del nostro paese. Ed è altrettanto normale che su di esso, volenti o nolenti, si riversino attenzioni, attese, speranze, opinioni anche discordanti.
Credo di viverle anch'io in questo modo: per questo ho deciso di "spezzare" il tema in due post differenti. Uno per ripercorrere le tappe che ci hanno portato sino a qui. L'altro per tentare di guardare al futuro. Immagino già che il primo sarà un intervento in cui si mescoleranno delusione, malcontento, stanchezza. Il secondo sarà più costruttivo, speranzoso, positivo.
Sarà il tempo (e non ne servirà neppure molto) a dire quale dei due stati d'animo avrà la meglio sull'altro. Vado? Vado.
Poco più di due mesi fa il governo è caduto. Qualcuno dirà oggi che "tanto prima o poi sarebbe successo" o che "era impossibile governare in quelle condizioni". Non sono del tutto d'accordo perché personalmente ritenevo quello dell'Unione un buon progetto. Soprassediamo. Focalizziamo sul come è caduto, non tanto sul quando: il governo è caduto perché un partituncolo ha deciso di uscire dalla coalizione di centro-sinistra. Ne è uscito perché lo ha deciso il suo leader. Il suo leader ha preso questa decisione perché avevano fatto un torto a sua moglie.
A due mesi di distanza ecco i risultati: siamo andati alle elezioni perché nessuno poteva permettersi di toccare la signora Lonardo in Mastella. La sua vicenda, come s'è visto poi, si è risolta nella classica bolla di sapone ma sull'alone scivoloso della stessa c'è caduta con entrambi i piedi tutta l'Italia. Per non parlare del Clemente nazionale: scomparso dall'universo politico italiano in men che non si dica. Come una fugace stella nei cieli di San Lorenzo. Bel guadagno, eh?
Ecco dov'è lo scoramento, il dispiacere: in fondo, in questo paese, non siamo tutti uguali. Non tutti abbiamo gli stessi poteri. O quantomeno, non tutti possiamo influire come vorremmo sulla vita politica. C'è chi può permettersi il lusso di far cadere i governi, calpestare programmi e promesse, di rovesciare le speranze delle stesse persone che, col loro voto, lo hanno fatto sedere in Parlamento. È o non è un'assurdità?
Questa, per sommi capi, è la causa primaria di tutta la questione. Nel descriverla, non si sa se prevale il riso o il pianto. Ma non è finita qui, perché dopo la causa seguono gli effetti.
Far cadere un governo significa andare a nuove elezioni. Nuove elezioni significa votare con un metodo cervellotico, liberticida, desolante. L'illogicità del "Porcellum" (un nomignolo che è tutto un programma) è palese, lampante. Eppure siamo costretti a trascinarcelo, di nuovo, nell'urna. Come una pesante palla al piede dei cittadini, che non sono più in grado di vivere la cosa pubblica come dovrebbero e potrebbero fare. Liberamente. Con la propria testa. Il che è assai grave: in altri paesi, ciò non sarebbe accaduto. Ma da noi, si sa, l'assurdo e la realtà hanno svariati punti di contatto.
E poi, di nuovo, la campagna elettorale: nuovi proclami, nuove accuse, nuovi tatticismi. Anche se poi, alla fin fine, la finalità è sempre la stessa: screditare l'avversario facendo leva sull'emotività, sulle bugie, sul populismo. Almeno, per come la vedo io, tutto ciò si ode da un solo fronte di questa battaglia politica. Per fortuna non tutto gira in questo modo.
Ma questa è un'altra storia, un altro tipo di sensazione che mi suggeriscono queste settimane, in cui la tavola elettorale va man mano imbandendosi. Ne parlerò domani.

venerdì 11 gennaio 2008

Il regno dell'assurdo


Pomeriggio di ieri. Lezione di sociologia politica. L'argomento della discussione erano le elezioni del 2006. Per poter entrare meglio nell'argomento, è stato necessario per la professoressa fare un breve excursus sul nostro sistema elettorale. Sul ritorno al proporzionale dopo dodici anni di maggioritario.
Poche parole, semplici, che hanno finalmente chiarito un punto del nostro sistema di voto che, per ignoranza o per poca voglia di informarmi, non avevo ancora ben chiaro.
Di tutto il ragionamento, un punto mi ha fatto riflettere: sapevo benissimo che la "porcata" imbandita prima delle elezioni 2006 ha creato solo instabilità. Solo non mi ero mai soffermato a capire quanto assurda e tremenda potesse esser stata questa scelta politica.
"Alle elezioni per il Senato il conteggio è fatto su base regionale con premio di maggioranza. Può accadere quindi che il numero effettivo di voti non corrisponda a quello dei seggi." A queste parole mi sono bloccato. Ho pensato: "Ma di che cazzo stiamo parlando?". Perché questi raggiri, queste pastette, questi labirinti? A che pro?
Ho avuto la netta sensazione di abitare nel regno dell'assurdo, in un paese dove le cose potrebbero essere semplici e chiare, se solo lo si volesse. Ed invece... puff! Magia. I voti non sono più voti. Le poltrone in Parlamento sono decise con metodi cervellotici. Niente va come sarebbe naturale che andasse.
Che tristezza. Che tristezza dover vedere la faccia della professoressa quasi sconsolata, dover allargare le braccia come a dire: "sì, è assurdo, ma è così". Assurdo, per di più, che certe cose te le insegnino all'università: sembrano truffe, e forse lo sono davvero. Però così è. Così funzionano le cose in Italia.
Ma, dico io: la politica dovrebbe essere la vocazione, la missione più bella ed alta che si possa vivere: fornire le proprie forze, la propria intelligenza, il proprio sapere per risolvere i problemi, per vivere insieme. Civilmente, in armonia. Lottando, certo, su certi argomenti. Ma col punto fermo del bene comune davanti agli occhi.
Le elezioni dovrebbero essere un gioco da ragazzi. Uno splendido gioco. Si partecipa, si è liberi di esprimere il proprio pensiero, si vota, si contano i voti e poi si mette in moto la macchina politica.
Peccato. Niente di tutto questo. Intrighi, inciuci, giochi di potere. Strane logiche distorcono tutto, anche ciò che dovrebbe esser semplice e lineare. E, lo ripeto, a me sembra di vivere nel regno dell'assurdo.
Perché tutto questo? Fino a quando?

martedì 8 gennaio 2008

"... E adesso?"


Qualche giorno fa ho visto un bellissimo film, 'Baciami piccina', con Neri Marcorè e Vincenzo Salemme. Un film che mi sento di consigliare per i bellissimi contenuti che vi si trovano. Un film interessante perché narra la vita dell'Italia nei giorni dell'8 settembre. Un'Italia allo sbando, che si risveglia in un mondo in cui non sa più chi comanda e chi è comandato, chi è amico e chi nemico. E che, al contempo, muore di fame.
Come dicevo nel post dedicato alla Costituzione, tentare di immedesimarmi in quei giorni è un esercizio mentale che provo a fare ma che mai potrà farmi capire cosa potesse davvero voler dire vivere in quelle condizioni. 'Baciami piccina' ci prova, e talvolta ci riesce.
Oltre a mettere a nudo l'inutilità della guerra e la tragedia di un'ideologia orribile, soprattutto mette in risalto lo smarrimento di quei giorni. Racconta quelle facce stanche, quelle menti confuse, quelle pance vuote.
Ed è questo il punto che riesce più difficile immaginare. Sapere che la guerra è finita, che abbiamo voltato pagina, che si cambiava registro. Sì, ma le novità qual'erano? Cosa avrebbe riservato il domani? "... E adesso, che si fa?"
In quella confusione, tra la paura e le bombe, deve aver avuto la meglio la voglia di libertà. Come diceva Calamandrei "La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare". Mancava da troppo tempo, quel bene prezioso. Certo, a qualcuno interessava più avere un pezzo di pane. E pazienza se governava Tizio o Caio. Altri invece capivano che erano necessari entrambi. Anzi, più la libertà che il pane. Ed è a quegli uomini che noi dobbiamo tutto.
Forse dovremmo ricordarcene un po' più spesso, perché in tanti si sono sacrificati affinché la nostra società fosse libera ed organizzata. Purtroppo noto come la libertà ora ci sia, quanto basta diciamo. Abbiamo cibo, tecnologie, progresso. Ma è un'Italia, ahinoi, comunque allo sbando.